COME POSSO RILASSARMI?

DOMANDE E RISPOSTE
Apparse su Yoga Journal

Il rilassamento condotto durante la pratica mi piace e mi distende molto sul momento. Ma trovo poi difficile ricrearlo a casa, da solo. Sto pensando di chiedere al mio insegnante di registrare una sua conduzione, cosa ne pensate, potrebbe funzionare?

Il rilassamento è un'arte. Non è legato a qualcosa che si fa, ma piuttosto a qualcosa che si smette di fare. Come avrà già sperimentato, non basta allungarsi a terra, su un comodo tappetino, con una bella musica di sottofondo, per invitare in noi lo "stato" di rilassamento.

Quest’ultimo è legato in realtà a un gesto interiore grazie al quale interrompiamo l'automatico rinnovarsi di attitudini tensive. Un buon esempio è provare a rilassare i muscoli della lingua o quelli attorno agli occhi: per fare questo occorre innanzitutto percepire le zone interessate, poi scoprire come non continuare ad alimentare lo stato di contrazione.

Nella lezione di Yoga è sicuramente determinante la presenza dell'insegnante che, avendo sperimentato in prima persona, sa ricreare le condizioni affinché l'allievo possa dapprima assaporare l’esperienza del rilassamento e in seguito, da solo, trovare in sé come rivivere quel “modo d’essere”. E questo è molto più interessante per l'evoluzione personale che seguire passivamente le indicazioni di una lezione registrata.



ESSERE TROPPO FLESSIBILI


Ho incominciato a praticare lo yoga da poco, non più di tre mesi, e mi piace, mi interessa. Tra l'altro, sono già riuscita a eliminare un fastidioso dolore di schiena che mi seguiva da tempo. Erano dieci anni che non facevo più attività fisica, eppure mi sono trovata subito a mio agio. Forse troppo. Mi piego benissimo, assumo con agilità qualsiasi posizione, non mi stanco mai. Ho l'impressione però che alla lunga questa facilità sia quasi uno svantaggio. Come se questo mi impedisse di sperimentarmi, di entrare in una dimensione più profonda che forse richiede, se non più sacrificio, almeno più applicazione. Che cosa ne pensa?
Francesca

Effettivamente, cara Francesca, le difficoltà si rivelano grandi maestre nella pratica. Scontrarsi con i propri limiti dà l’opportunità di cambiare sguardo, di passare da un atteggiamento interiore di “esecuzione” delle posture a uno di esplorazione. La sua intuizione che nello Yoga ci sia molto di più è corretta.

La via dello Yoga è un processo di conoscenza di ciò che in noi è essenziale. Non siamo solo un insieme di abitudini, ricordi, comportamenti legati a ciò che gli altri si aspettano da noi. Grazie alla pratica e alla meditazione, è possibile sorprendersi in uno stato di sospensione dei nostri schemi ordinari e, nel silenzio, scoprire che esistiamo al di là di tali schemi!

È perciò fondamentale imparare a osservare e riconoscere. La qual cosa ci obbliga a fare i conti con l’instabilità e la reattività della nostra attenzione ordinaria, con un modo frettoloso, superficiale e approssimativo di prestare ascolto che impedisce di penetrare in una dimensione “più profonda”. Non basta essere flessibili, è importante saper stabilire una relazione con quanto avviene durante la pratica perché è attraverso questa relazione che impariamo a conoscerci.




PRATICA E YOGA SUTRA


Pratico da due anni, durante le lezioni di yoga vengono citati alcuni aforismi degli Yoga Sutra di Patanjali. Non sempre riesco a comprendere il loro nesso con la pratica di asana e respirazioni.


Gli Yoga Sutra sono un testo prezioso: gli aforismi descrivono un processo di trasformazione interiore di cui viene data testimonianza. Sono espressione di un vissuto che siamo invitati a sperimentare a nostra volta, in modo diretto, sia nella relazione con il corpo sia in quella con il respiro.

Asana, per esempio, negli Yoga Sutra è più di una “postura”; Asana (“accomodarsi in sé”, “essere così”) indica un modo di “abitare”, di essere nel proprio corpo, una condizione interiore che non possiamo copiare né replicare a piacere. Il corpo, così come il respiro, è un’occasione per esplorare il proprio stato interiore. Patanjali ricorre a due sole parole: Stira e Sukham. Stira, fondata sulla radice ‘sta’, significa “stabile”, “stare”, denota fermezza, radicamento. Sukha indica una condizione di agio, di contentezza. Asana corrisponde perciò a uno stato caratterizzato da una saldezza facile e naturale da mantenere. Stirasukham è un’esperienza unica e, quando è in atto, la riconosciamo. Ci sentiamo immersi in una particolare condizione muscolare, respiratoria e nervosa che non può essere pensata, ma solo sperimentata e riconosciuta.